17. Vita da squatters

21 Luglio 2000.

Un tempo la primavera portava con se le rondini, oggi il suo arrivo è annunciato dalla presenza degli squatters nelle calde città italiane. Percorrono il nostro Paese in autostop o da clandestini in treno e in nave per svernare e assaporare il tepore della bella stagione.

Silvia, dall’inconfondibile accento sardo, ha ventitre anni, occhi chiarissimi, capelli viola e una vistosa catena di piercing che le parte dal naso e le arriva fin sotto il labbro inferiore. Con una tazza di metallo chiede qualche spicciolo a coloro che si soffermano a guardare il suo compagno che, poco lontano, in una trafficata via di una città del Sud, si accompagna con la chitarra e canta quasi sottovoce una lamentosa canzone di Bob Dylan: «quante strade deve percorrere un uomo prima di poter essere chiamato uomo».

Qualcuno mette mano al portafoglio, altri fuggono via quasi infastiditi.

«La gente non ci sopporta, è come se fossimo appestati. E dire che fino a tre anni fa − racconta −, ero anch’io una di loro. Stavo attenta a vestirmi bene, studiavo e il sabato andavo a farmi una pizza con gli amici. Secondo loro ero una persona “normale”. Un giorno però non sono tornata a casa e da allora vado da una città all’altra seguendo le stagioni e la voglia».

Nessuno sa quanti siano esattamente gli squatters che si muovono nel nostro Paese. Privi di documenti di identificazione, sono dei cittadini invisibili. Occupano in genere antichi palazzi abbandonati, capannoni industriali dismessi o appartamenti popolari.

Ma anche gli squatters, chi lo sa, potrebbero avere qualche santo in Paradiso, anzi, addirittura un patrono. Si tratta di Giuseppe Benedetto Labre, nato il 26 marzo del 1748 in Francia, ad Artois. Morto, nella più assoluta povertà sui gradini di una chiesa, a Roma, a soli trentacinque anni di età. Irrequieto, arso da una sete, dicono i biografi, inestinguibile di Dio, Giuseppe Benedetto andò via di casa a dodici anni.

Dopo aver girovagato per diversi monasteri in Francia, dai quali fu sempre respinto perché ritenuto «inadatto» alla vita religiosa, nel 1770 si recò in Italia, a Roma, dalla quale ripartì presto per riprendere la sua vita di pellegrino per i santuari d’Europa. Una volta morto, fu seppellito, a Roma, nella sua chiesa preferita la sera di Pasqua. Pio IX lo beatificò il 7 maggio del 1860 e Leone XII lo dichiarò santo l’8 dicembre del 1881.

Detto questo, solo per far capire ai soliti benpensanti che anche tra gli eletti della Chiesa vi sono uomini che hanno vissuto una vita errabonda e negletta, torniamo ai nostri squatters.

Squatter viene dall’inglese to squatt (in gergo, squattare) e significa: «occupare le case». Quelli italiani si rifanno agli occupanti di case inglesi e tedeschi e ai Kraakers (spaccaporte) olandesi. Il riferimento politico è storicamente il pensiero anarchico espresso dal pensatore ottocentesco Max Stirner nel libro: «L’unico e la sua proprietà». Oggi, invece, l’autore più letto è Alfredo Bonanno, anarchico-individualista siciliano, inesauribile scrittore di pamphlet sovversivi. Scopo di uno squatter è, quindi, quello di compiere una sorta di rivoluzione privata.

Ma come si diventa squatter?

«Il percorso mentale che in genere ti porta sulle strade è questo: la società non mi dà i mezzi per campare, se mi va bene solo quelli per sopravvivere o per essere sfruttato. La società con me è spietata, con i miei amici e con gli animali. Se sono fortunato muoio come un pezzo in serie. Allora io mando all’aria il sistema, mi prendo ciò che voglio e me ne frego. Per adesso mi diverto», spiega Marcello, trentadue anni, le guance scavate, uno sguardo che è un abisso di tristezza e degli studi iniziati in filosofia, a Bologna, che lo fanno ritenere l’ideologo del gruppo.

Per arrangiarsi, come gli altri, si è improvvisato giocoliere, suonatore, mangiatore di fuoco e fachiro. Al giorno, se gli va bene, riesce a fare anche 100 mila lire.

«Una bella sommetta − continua −, ma i soldi li mettiamo da parte anche per i periodi di magra o per i cani che ci portiamo appresso. Qualcuno li invia a casa dove ha lasciato moglie e figli».

Uno di questi è senz’altro Pablo, spagnolo, che, in un italiano incerto, racconta di aver lasciato la famiglia dopo aver perso il posto di lavoro. «Non sopportavo lo sguardo di mia moglie − ricorda −, mi sembrava che mi colpevolizzasse per il fatto che la fabbrica aveva chiuso. Un giorno me ne sono andato sbattendo la porta e da allora non ho più rivisto né lei né mio figlio. Però, quando li ho, le mando un po’ di soldi. Mi mancano, ma ormai è troppo tardi».

Sì, perché dalla strada non si ritorna, sostengono. Anche se alcuni, col passare degli anni, decidono di cercarsi un lavoro come tutti gli altri, magari nella città dalla quale sono partiti, e di metter su famiglia. Altri, invece, coi risparmi aprono piccole imprese agricole che producono alimenti biologici.

«All’inizio − dice Wilma, un sorriso che incanta, vent’anni − ti manca tutto: pasti regolari, il letto caldo e i vari comfort. Poi cominci a prenderci gusto. Ti piace l’andare dove vuoi, fare le vacanze magari in Spagna o in Marocco, conoscere sempre gente nuova. Io ho seguito un ragazzo che mi faceva impazzire. Quando è finita la storia volevo tornarmene a casa, a convincermi a continuare è stata la prima carica della polizia, di notte, in una casa che avevamo occupato da poco. Con le ossa rotte, ho pensato: cazzo, allora, abbiamo ragione, questa società è veramente di merda se hanno bisogno di prendersela con noi».

Ma non ti manca proprio nulla? Si fa pensosa e poi risponde di botto: «Sarò ancora borghese: la doccia».