7. Scuole cattoliche e portatori di handicap

27 Dicembre 1998.

Se siete credenti e fate i bravi andrete un giorno in paradiso. Ma se la provvidenza vi ha donato un bambino che consuma la vita su una sedia a rotelle, allora dovrete passare già in questa terra le pene dell’inferno perché nessuna scuola cattolica accoglierà mai vostro figlio.

Le scuole fedeli ai dettami di Santa Romana Chiesa sono infatti territorio off-limits per tutti gli studenti e i docenti disabili.

Solo sei di esse sono provviste di scivoli e, di queste, non più di tre sono munite di bagni adatti. Inoltre, nessuna prevede la figura dell’insegnante di sostegno.

«Non prendiamo alunni con marcati handicap fisici – spiega suor Maria Stella Noto direttrice dell’istituto Maria Mazzarello di via Sampolo – perché i loro compagnetti potrebbero imitarli ed assumere così atteggiamenti errati. Per lo stesso motivo – aggiunge –, non abbiamo insegnanti disabili, darebbero il cattivo esempio. Noi – conclude – vogliamo solo giovani fisicamente sani perché è ad essi che si rivolge il nostro progetto educativo scolastico».

Dello stesso tono, ma con qualche piccola variazione sul tema, è la risposta della sua consorella salesiana, suor Maria, dell’istituto di via Giovanni Evangelista Di Blasi: «La nostra è una scuola normale – afferma perentoria la religiosa – e poi, onestamente, il problema è soprattutto economico. Gli handicappati costano troppo in maestre di sostegno».

Uguale giustificazione, quella di ordine economico, viene anche da altre scuole rette da preti e suore. Ad esempio, dal Gravina di via Pecoraro, dalle Figlie di Sant’Anna di via d’Ossuna e di via Brancato, dall’Opera Pia Pignatelli di via Florio e, infine, dall’istituto dei Sacri Cuori di corso Calatafimi le cui religiose, in compenso, assicurano le loro preghiere anche per i disabili in età scolare.

Ma ci sono anche quelle animate più da buona volontà che da reale competenza. Le sorelle del Sacro Cuore, sito nell’omonima piazza alla Zisa, si dichiarano, seppure con qualche incertezza, pronte ad accogliere un handicappato perché, come dice la superiora, suor Bordoni: «Abbiamo già una bambina albanese e le abbiamo dato veramente tanto amore che adesso parla anche l’italiano».

Quale nesso vi sia fra un disabile ed un albanese non ci è dato ahimè saperlo. L’analogia, però, è inquietante.

Seguono le religiose del Sacro Cuore del Verbo Incarnato di piazza Cascino che, «con il cuore in mano» dicono, non possono proprio accettare «nessuno fisicamente svantaggiato» perché, come si giustifica un’anonima consorella: «Siamo suore di carità, ma non sino a questo punto!».

Poi vengono le consacrate con il senso dello humour, come le Figlie della Misericordia e della Croce di via Di Blasi, che non hanno scivoli, «ma solo giostre e giochi per bambini “normali”».

Forse sarà una battuta che gira nell’ambiente, ma la stessa cosa avevano detto, in un primo momento, anche le sorelle del Sacro Cuore, quelle dell’albanesina, per capirci.

Una secca, spesso irritata mancanza di disponibilità all’accoglienza dei disabili, senza la necessità di giustificazione o motivazione che sia, arriva, invece, dalle Ancelle Riparatrici di via Sampolo, dalle monache di Maria Santissima del Rosario di via Ingrassia, dal Santa Lucia di via Principe di Belmonte e, infine, dal Collegio di Maria della Purità di via San Lorenzo Colli.

Viene poi il gruppo delle risposte diplomatiche. «Se ne può parlare» per il Ranchibile di piazza Don Bosco e per l’Imera di via dei Normanni. Ma nulla di più.

Sottile, infine, e letteralmente degna di un gesuita è la posizione del rettore del Centro Educativo Ignaziano (l’ex-Gonzaga): «In linea di principio saremmo anche aperti ad una prospettiva di questo tipo. Non abbiamo, infatti, mai avuto richieste del genere». E in pratica, si o no?

«Se ne può parlare – risponde il seguace di Sant’Ignazio – per l’anno prossimo. Senza, però, dare speranze a nessuno».

Concludendo, sorge ancora una domanda: pensiamo davvero di dare denaro pubblico alle scuole private? In linea di principio sì, in pratica se ne può parlare per il prossimo anno, ma senza dare speranze a nessuno. Si potrebbe facilmente replicare.

Storia di Noemi

Capelli ramati, occhi color nocciola, mobilissimi, ed un corpo che è una foglia di carne adagiata sulla carrozzella. Ha quarant’anni e da quindici è prigioniera del “grande male”, come lo chiama lei, la sclerosi multipla. Una malattia che isola proporzionalmente all’avanzare dell’immobilità.

Per paura – terrore di una solitudine ancora più grande, di essere segnata a dito, di ricevere l’ostracismo dalla sua famiglia e dalla comunità cristiana –, non vuole che si sveli il suo nome. La chiameremo Noemi, dalla pelle di luna, e in lei vedremo tutti quei figli di un dio minore, figli non voluti di una Chiesa che li costringe al silenzio e che permette loro solo di essere periodicamente oggetto di una carità pelosa.

Figlia di genitori «cattolicissimi e benestanti», – il padre è un colletto bianco della pubblica amministrazione – Noemi ha anche uno zio prete, di quelli in carriera, dice lei, ma che non è mai andato a trovarla. In forte polemica con la fede dei suoi che, racconta, «in una mano tengono il rosario e con l’altra cercano la stretta dei potenti», decide, diciassette anni fa, di sposarsi in municipio.

È lo scandalo. Due anni dopo, partorendo una bambina, ha una fuoriuscita di midollo, ma nessuno se ne accorge.

Comincia a star male. «Soffrivo come un cane – ricorda –, non riuscivo più a lavorare, a stare in piedi. Tutti pensavano che fossi impazzita o, addirittura che avessi l’Aids, perché i primi sintomi facevano pensare a questo».

Qui inizia il calvario di Noemi, una via dolorosa che ancora non è terminata. Il marito, perché «il rapporto cominciava a diventare per lui troppo impegnativo», la lascia. La bambina le viene tolta dai suoi genitori. Rimane sola a casa, immobile, distesa, stordita dal dolore.

«In quell’abisso di sofferenza – racconta – mi sono chiesta se tutto ciò avesse un senso, se su questo lago nero di sterminato dolore aleggiasse lo spirito di un dio».

Ormai non è più autosufficiente e non le rimane che andare in una comunità. Lì incontra Alberto (anche il suo nome è d’invenzione), s’innamora di nuovo.

«Pensavo di ricominciare a vivere, come se un nuovo amore potesse avere la forza di scuotermi dalla mia immobilità, di rianimare ciò che in me era morto. Credevo in una sorta di riscatto perché avevo qualcuno con me», dice Noemi.

Ma lui è il figlioccio di un importante sacerdote palermitano, un “prete di frontiera”, di quelli che girano con la scorta e confezionano continuamente infuocate filippiche antimafia. E il padre spirituale, il chierico coraggioso che combatte Cosa nostra, non approva la storia di Alberto con una divorziata. Così, un giorno, arriva persino a minacciarla per dissuaderla dal continuare quel rapporto.

«È facile “convincere” chi si trova in una condizione come la mia», commenta.

Il male avanza, la sua immobilità è sempre maggiore. Non sopporta più di stare in comunità. I genitori, dopo tante sue insistenze, la portano a casa loro.

«Vivo con i miei, perché non posso fare altrimenti. Nelle comunità ti trattano come una bestia o ti sbattono insieme ai vecchi – spiega –. Io lo so che i miei genitori si vergognano di me, che pensano a me come ad un peso. La domenica vanno a messa ma non mi portano mai con loro. Poi, non mi passano mai le telefonate e chiudono a chiave le stanze. D’estate vanno per tre mesi in vacanza e mi lasciano a casa da sola. Allora, devo cercarmi un ospizio a buon prezzo, alla portata della mia pensione».

«Mio padre – continua – un giorno me l’ha detto chiaro che lui mi dà solo un tetto e i pasti, per il resto mi devo arrangiare. Un altro giorno, infine mia madre mi ha pure rimproverata. “Perché non te ne stai tranquilla come tutti gli altri handicappati in un angolo a guardare la tv e finisci di rompere le scatole?”, mi ha gridato. Ma io non muoio da sola, mi devono ammazzare!».

E la comunità ecclesiale come si comporta con te?

«L’unica cosa che mi hanno detto quando ho cercato d’inserirmi in parrocchia – risponde – è che Dio mi ha punita perché non mi sono sposata in chiesa e che adesso non ho diritto a sperare in una vita normale ma devo portare con pazienza e gratitudine la mia croce. Io non ci credo in questo Dio dal volto feroce che si accanisce contro le sue creature per punirle e glielo ho detto. Si sono offesi ed ora si fanno vedere solo per feste, per sentirsi buoni. A me – conclude sorridendo – il loro Dio non serve più, il mio è più grande».