6. Quando il prete s’innamora

13 Ottobre 2000.

Per la prima volta nella storia un papa, Giovanni Paolo II, li ha ricordati pubblicamente durante il Giubileo dedicato ai sacerdoti celebrato nei giorni scorsi in Vaticano. I preti con prole ci sono, dunque, e costituiscono un problema per la Chiesa cattolica. Considerati quasi dei dannati e degli eretici dai fedeli e dagli altri chierici, vivono ai margini della comunità ecclesiale. Guai, quindi, a chiedere informazioni su di loro alle Curie. Si rischiano solo imbarazzati silenzi e perentorie risposte negative. Il problema non esiste, affermano, o almeno, così si vorrebbe che fosse.

Ma a smentire gli slogans propagandistici della Conferenza episcopale siciliana, guidata dal cardinale Salvatore De Giorgi, sulla “Nuova primavera vocazionale” che interesserebbe da tempo l’Isola, interviene puntualmente la cronaca.

Il 6 luglio dell’anno scorso, a Palermo, proprio a ridosso delle celebrazioni per il Festino di Santa Rosalia, Giampiero Tre Re, ex docente di morale della Facoltà teologica di Sicilia, finissimo intellettuale, autore di numerosi e corposi saggi, si univa in matrimonio con Daniela Chinnici, brillante avvocato e attualmente segretario provinciale dei Comunisti italiani.

Due mesi dopo, a settembre, nella chiesa di San Saverio, nel popolare quartiere dell’Albergheria, l’ex prete antimafia Gregorio Porcaro impalmava la sua “Pippi”, al secolo Giusy Salerno. A celebrare le nozze padre Cosimo Scordato e don Luigi Ciotti. Al matrimonio era presente anche il figlio della coppia, Matteo, di quattro anni.

Più recentemente, circa due settimane fa, il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Vincenzo Cirrincione, si è visto costretto ad affidare la parrocchia di San Bartolomeo di Enna al diacono Pietro Valenti.

Quarantadue anni, sposato con Maria Grazia, padre di tre figli (due femmine e un maschio), nella vita “civile” assistente di laboratorio in una scuola, Valenti è il primo laico in Sicilia a guidare una comunità senza essere prete. Scavando fra le pieghe della cronaca, come a noi piace fare, si viene a scoprire però che la chiesa di San Bartolomeo, poco più di tremila fedeli nel cuore della città antica, è da più di un anno senza guida dopo l’abbandono dell’ex sacerdote Filippo Salerno dovuto, oltre che a motivi sentimentali, anche a dissapori con la Curia.

Casi isolati? Non sembrerebbe affatto dalle storie che abbiamo raccolto.

«Quando sono andato dal mio vescovo per dirgli che mi ero innamorato e che volevo lasciare il ministero, lui mi ha risposto che per bere un bicchiere di latte non era necessario mettersi una capra in casa. Allora ho capito che la mia compagna era la cosa più pulita che mi fosse rimasta». Ha voglia di raccontare e raccontarsi Paolo, ma a patto che il suo vero nome non venga fuori.

«Se sanno che ho parlato con un giornalista – spiega – mi tolgono la cattedra di religione che mi hanno dato per vivere, dopo che ho lasciato il ministero».

Come lui, anche gli altri preti sposati, incontrati in un viaggio in una sorta di Chiesa clandestina, hanno accettato di parlare, ma sempre con la condizione che non venisse fatto il loro nome e che non fossero resi riconoscibili dalle storie che raccontavano. Perché è proprio questa la differenza fra i chierici con prole siciliani e quelli del resto dell’Italia, i nostri hanno più paura delle ritorsioni della gerarchia. Sembrerebbe che una “certa” cultura si sia insinuata anche nei rapporti fra pastori e sudditi. Non in tutta la regione fortunatamente. Ci sono anche numerosissimi casi di vescovi che seguono con particolare attenzione le vicende dei sacerdoti che smettono la tonaca.

Ma qual è la consistenza del fenomeno?

Secondo i dati più recenti, sarebbero circa trecento in tutta l’Isola, dei quali più di ottanta solo a Palermo, ben poca cosa rispetto ai circa diecimila, sui 58 mila ancora in servizio attivo, di tutto il Paese. Se poi si vanno a guardare le cifre relative al pianeta, si vede che costituiscono il ventidue per cento del totale con ben 120 mila membri.

Questi, però, sono i numeri forniti dalle stesse associazioni e c’è il sospetto che siano un po’ “arrotondati” per portare acqua al loro mulino. Purtroppo, però, non esistono stime ufficiali del Vaticano. Il suo Ufficio statistiche nega che questi dati esistano, ma il direttore della rivista vocazionale Rogate, padre Vito Magno spiega: «Gli unici a possederli sono i vescovi che hanno tutto l’interesse a non fornirli».

«Sono, infatti, contenuti – dice don Cosimo Scordato, prete e teologo palermitano di frontiera – nelle relazioni che i vescovi presentano ogni cinque anni al Papa al termine della visita ad limina. Purtroppo il contenuto di quei documenti è secretato per trent’anni».

Ma i preti sposati nelle città ci sono e dicono pure messa nelle loro case. Le chiamano “chiese domestiche”, con tanto di fedeli e sacramenti, compreso il battesimo e la confessione. Alcuni di loro concelebrano anche, ma con discrezione, nelle parrocchie di presbiteri amici. Eppure pochi sanno che esistono e non se ne parla mai sui mezzi d’informazione cattolici.

«Quando te ne vai – dice uno di loro – in mano ti trovi solo una laurea in teologia, un titolo che lo Stato non riconosce neppure. E, con la tua nuova situazione, spesso con un bimbo in arrivo, magari a quarant’anni suonati, non puoi fare lo schifiltoso. Accetti le loro condizioni e ti metti in un angolo. Perché è questo quello che vogliono: che tu scompaia».

In genere, infatti, le cattedre gli vengono assegnate in diocesi vicine dove non sono conosciuti. Ma non tutti ottengono l’insegnamento.

«Dipende – spiega Salvatore – dalla rapidità con la quale ottieni la dispensa per sposarti, perché, finché il processo canonico non si chiude, non puoi fare nulla. Io, ad esempio, ho fatto i lavori più umili per diversi anni perché la mia richiesta non era “spinta” a Roma da nessuno. E poi dipende anche dal vescovo perché è lui che patrocina il tuo caso e, se non siete in buoni rapporti o non ti stima, ti devi rassegnare e cambiare aria».

Ma ci sono anche quelli che non ci riescono ad attendere i tempi, è il caso di dirlo, biblici, circa dieci anni, e che perdono la fede o cambiano Chiesa.

È il caso di Mauro che, dice lui, in un momento di disperazione è diventato pastore della Chiesa valdese.

«Quando i protestanti sanno che hai abbandonato il ministero – racconta – sono i primi ad aprirti le porte». Adesso Mauro è rientrato nella Chiesa cattolica, ma è considerato un apostata e i tempi del suo processo si stanno sensibilmente allungando.

Infine, ci sono anche le donne dei preti: le “tentatrici”, le “rivali di Dio”. Come le ha chiamate qualcuno. Rosa è una libera professionista, affermata e stimata, ha un fidanzato col quale progetta di sposarsi, ma quando era ancora una studentessa ha avuto una storia con un giovane prete.

«Un giorno, però, ho scoperto che aveva anche altre ragazze, cinque o sei – ricorda –. Poi è scoppiato lo scandalo subito coperto dalla Curia. Lo hanno mandato fuori a meditare e studiare, poi è tornato qui a continuare quello che faceva prima, adesso so che l’hanno spedito per punizione a fare il vice parroco in un’altra diocesi. Tutto questo mi è servito a capire che certi uomini non pagano mai per i loro errori, a patto però che siano ecclesiastici».

Già non molto considerate all’interno della Chiesa, le donne che si innamorano dei preti vengono spesso maltrattate.

È il caso di Gianna, sposata, un marito lontano, e due figli già grandi, che ha commesso l’errore di aspettare un bambino da un parroco di frontiera. Lui ha improvvisamente scoperto la vocazione missionaria, e per questo è stato spedito in America Latina, mentre lei si è trovata a gestire da sola una situazione drammatica. La Curia è intervenuta per darle una mano soltanto quando ha minacciato di fare scoppiare lo scandalo. Prima l’avevano liquidata come “pazza”.

Situazione simile a quella di Laura che, stanca di essere relegata al ruolo di amante con un bambino di pochi mesi da crescere, un giorno ha preso “il frutto del peccato” e lo ha portato nella chiesa dove il suo lui celebrava. Vedendolo così solenne e ieratico che benediceva, racconta, non ce l’ha fatta più ed è esplosa. Com’è finita? Il reverendo, notissimo teologo di orientamento progressista, è andato a insegnare in una prestigiosissima istituzione accademica ecclesiastica in un’altra città, a lei è stato promesso un “sostegno” purché tacesse. Situazione che ha accettato ma, commenta, con il cuore davvero a pezzi.

Intanto, alcuni sacerdoti sposati siciliani della Spes (Societas presbiterorum eorum sororum) in occasione del Giubileo hanno preso carta e penna ed hanno inviato attraverso la Sir, l’agenzia di stampa della Chiesa italiana, l’Avvenire, il giornale dei vescovi, e quello della Santa Sede, l’Osservatore romano, una lettera ai vescovi italiani e, in particolare, siciliani che non è stata mai pubblicata e della quale nessun mezzo d’informazione cattolico ha mai dato notizia.

Ecco qui di seguito il testo della lettera indirizzata «ai vescovi ed ai presbiteri nostri fratelli»:

«Il Giubileo è un grande evento religioso che noi sacerdoti sposati guardiamo con grande speranza. Vorremmo infatti che vi sia anche per noi la possibilità di “riappropriarci” del nostro diritto di vivere pienamente la nostra vocazione ministeriale nella Chiesa che ci è madre e che amiamo grandemente.

Le origini del giubileo si ricollegano all’Antico Testamento. La legge di Mosé aveva fissato per il popolo ebraico un anno particolare: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo”. Anche noi sacerdoti sposati certamente faremmo un bel giubileo se potessimo tornare ad avere il “nostro” giusto posto nella Chiesa che in qualche modo siamo stati costretti a lasciare.

Crediamo che un significativo gesto in tal senso darebbe molta più credibilità alla Chiesa e la proietterebbe coraggiosamente nel terzo millennio con nuove prospettive di salvezza».

In verità, l’idea non è nuova. Già il primate d’Inghilterra, il cardinale Basile Hume, recentemente scomparso, aveva proposto allo stesso Papa di concedere, in occasione del giubileo, «un’amnistia verso i preti sposati» riammettendoli al ministero. Il porporato inglese aveva presente la situazione, che costituiva quasi un precedente giuridico, di numerosi preti passati dalla Chiesa anglicana a quella cattolica con tanto di moglie e figli. La richiesta però era stata fatta cadere nel vuoto.

Forse per affrontare il problema dei preti con prole un giubileo è ancora troppo poco, forse ci vorrebbe quello che l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, va chiedendo da tempo: un altro Concilio. Ma si sa che, col vento che tira per adesso in Vaticano e nella Chiesa italiana, il Concilio, nemmeno quello già celebrato, è meglio non nominarlo neppure.

I preti sposati danno più fiducia.

La sua relativa autonomia giuridica, sancita dal nuovo Codice di diritto canonico per le Chiese orientali del 1990, gli permette anche di esprimersi con più libertà dei suoi colleghi di rito latino e più rigidamente sottoposti a Roma.

Ma l’eparca di Piana degli Albanesi, antichissima piccola enclave albanese in provincia di Palermo, monsignor Sotìr Ferrara, l’unico vescovo che risponde a tutti al telefono senza tante anticamere e cerimonie, non ha dubbi in merito: «I miei preti migliori? Sono quelli sposati». La dichiarazione l’ha rilasciata nei mesi scorsi al periodico dei sacerdoti italiani Vita pastorale, dei padri Paolini, e per alcuni, che sono voluti andare al di là delle intenzioni dell’alto prelato, ha avuto soprattutto il sapore di una provocazione.

«Ma nella nostra eparchia (diocesi di rito greco, ndr.) – spiega il teologo e diacono sposato Paolo Gionfriddo, direttore della rivista Oriente Cristiano – si segue semplicemente l’antichissima tradizione delle Chiese ortodosse di ordinare presbiteri uomini già sposati».

«Mai avuto un abbandono a causa di una donna – riprende Ferrara –, qui i preti possono scegliere e questo dà loro maggior serenità».

Su venti chierici che ha l’eparchia cattolico-bizantina, ben tre sono quelli uxorati, in pratica più del dieci per cento.

«Sono stato ordinato – racconta papas (padre, ndr.) Nicola Cuccia, quarant’anni, una bambina di sette anni e parroco di Contessa Entellina – dopo un lungo periodo in cui, dipendendo l’eparchia giuridicamente da quella di Palermo, era impossibile anche proporre la consacrazione di uomini sposati. Poi, con l’autonomia giuridica acquisita negli anni Settanta, abbiamo ripreso la vecchia tradizione. Mia moglie fa la catechista in parrocchia e da noi in paese sono ormai talmente abituati all’idea del sacerdote con famiglia e figli che considerano strani quelli celibi». Ma non ha difficoltà nell’esercitare il ministero? «Anzi – risponde il papas –, la mia condizione mi aiuta perché i miei parrocchiani sanno che vivo i loro stessi problemi e, se parlo, è perché ho esperienza delle cose».

Oltre a lui, sono sposati anche il parroco della cattedrale, dedicata a San Demetrio, papas Giovanni Pecoraro, trentotto anni e due bambini, e papas Antonio Macaluso, di settantotto, con una sfilza di nipoti e pronipoti, viceparroco alla Martorana di Palermo.

Infine, c’è anche un giovane seminarista di trent’anni, Giuseppe Borzì, che, dicono, oltre a Dio e alla teologia, ami solo la sua fidanzata dagli occhi chiari. Nessuno dei suoi colleghi di rito latino potrebbe dire altrettanto.

Un parroco ortodosso di Palermo 15 Settembre 2000. Si considera scherzosamente un «colpito dalla grazia», quella divina naturalmente. Papas Giovanni Festa, quarantanove anni, sposato, fisico asciutto, sguardo penetrante, è il parroco della chiesa ortodossa dedicata a San Marco di Efeso, a Palermo, in via Umberto Giordano 67. «Vengo da una famiglia cattolicissima – racconta –, mio padre era un tradizionalista fedele al concilio di Trento. Ho fatto parte di quella generazione di ragazzi che, subito dopo il Vaticano II, avevano aderito con entusiasmo alla cosiddetta Chiesa del dissenso. Il Concilio, infatti, aveva aperto orizzonti sterminati. Sono stato anche discepolo di don Giovanni Franzoni, il discusso abate del monastero benedettino di San Paolo, ed ho abitato a Roma nella sua comunità per due anni insieme a mia moglie».

Tornato a Palermo, l’ancora laico Giovanni Festa aderisce ad un gruppo ecumenico di base, impegnato anche nel dialogo coi valdesi, e, nel 1980, si iscrive all’Istituto di scienze religiose della città che, dietro impulso del cardinale Salvatore Pappalardo, diventerà successivamente Facoltà teologica di Sicilia. Una delle più prestigiose istituzioni accademiche impegnate da anni nel dialogo interconfessionale e interreligioso.

«Sono stati anni di grande attivismo e di magnifiche speranze – continua –. Allora c’erano nella Chiesa palermitana dei sacerdoti con una straordinaria preparazione teologica: Giovanni Bonanno, che poi ha lasciato il ministero in polemica con l’Istituzione; Gianni Avena che attualmente dirige l’agenzia di stampa cattolica Adista; e Nino Fasullo, il piccolo prete antimafia fondatore della rivista Segno, un uomo che non è mai indietreggiato di un passo».

«Lentamente, però, si è scivolati nell’indifferenza. Il limite di quel tipo di esperienza era il suo appiattimento sul sociale, c’era ben poco spazio per la dimensione misterica della fede. In fondo questo è il destino dell’Occidente: non essere più capace di pregare». Continua a militare nel Pci, ma si allontana dall’attivismo religioso, pur continuando a studiare teologia. Comincia a leggere i Padri, i teologi cioè dei primi secoli, alternando quelli occidentali con quelli orientali, e riprende i testi relativi ai primi sette Concili ecumenici, ritenuti “fondamentali” per la dottrina cristiana. Questo studio, condotto in maniera solitaria, dura più di due anni.

Nel 1985 avviene il “colpo di grazia”. «Incontro papas Gregorio Cognetti che, per vivere, insegnava biotecnologie cellulari all’università di Palermo».

Anche lui, nato cattolico, aveva in seguito cambiato rito passando a quello bizantino, pur rimanendo fedele a Roma. In America, dove era andato per lavoro, si era infine convertito all’Ortodossia. Sempre per lavoro, si era trasferito a Zurigo dove aveva incontrato il vescovo Seraphim del Patriarcato di Mosca. Un giorno, dopo avergli chiesto di mandare un sacerdote a Palermo, si era sentito rispondere: «Non ho nessuno da inviare, ordino lei».

Tornato in Sicilia nel 1984, fonda a Palermo la prima parrocchia ortodossa.

«Quando ho conosciuto Cognetti non ero ormai più nulla. Ho scoperto presto che ciò che cercavo era lì, nella grande tradizione delle Chiese d’Oriente». Nell’ottobre del 1985 viene ricevuto nell’Ortodossia o, più tecnicamente, “ritorna alla retta professione di fede”, quella senza il “Filioque”.

Subito dopo diventa diacono e lo rimane per tredici anni lavorando a fianco di Cognetti. Nel 1998 quest’ultimo muore a causa di un tumore al cervello. Il vescovo russo ortodosso di Parigi, Gurìa, scende in visita pastorale e, dopo quaranta giorni, avendo ricevuto il parere favorevole della piccola comunità palermitana, gli annuncia che il 21 giugno del 1998 sarebbe stato ordinato a Parigi.

Nello stesso anno, per un accordo fra il Patriarcato di Mosca e quello ecumenico di Costantinopoli, la Sicilia passa sotto l’obbedienza di quest’ultimo.

«Nella mia parrocchia ci sono settanta italiani “ritornati” e molti greci, rumeni, russi ed eritrei. È una comunità che, con l’aumentare dell’immigrazione da parte dei Paesi dell’Est europeo, s’ingrossa ogni giorno di più. Noi non facciamo proselitismo, ma accogliamo chiunque si avvicini e lo aiutiamo a fare discernimento. Interesse? Sì, ce n’è tanto perché l’Occidente ha una grandissima sete di spiritualità».