16. La pupara di Dio
Agosto 2003.
Le mani raccolte come in un guscio, gli occhi mobili e profondi incorniciati dagli occhiali, i capelli corti e spettinati, le labbra sempre aperte in un sorriso.
Al collo una croce di legno sorretta da un filo di spago e indosso un saio penitenziale, da novizia, di rozza tela chiara.
Chi conosce Anna Cuticchio, figlia del celebre “maestro puparo”, il cavalier Giacomo Cuticchio, e sorella dell’altrettanto celebre Mimmo, la prima donna “pupara” della storia di questa antichissima e raffinatissima arte, potrebbe pensare al suo ennesimo colpo di teatro.
Però l’amato-odiato teatro delle marionette questa volta non c’entra.
«La vita alle volte ha la capacità di sorprendere anche noi che siamo abituati a reinventarla ogni giorno coi nostri personaggi di latta e legno» commenta.
E la sua vita ce la racconta seduta al tavolino di una caffetteria – “Il Rintocco” in via dell’Orologio – nel centro storico di Palermo, quasi di fronte al Teatro Massimo, aperta pochi anni fa con la figlia Vanna proprio là dove una volta c’era il Teatro dell’Opera dei Pupi del cavalier Giacomo.
È proprio lì che spesso è possibile incontrarla per ascoltarla e parlarle.
«Qui viene tanta gente ormai – spiega –, mi raccontano le proprie pene, mi rovesciano davanti agli occhi e al cuore il sacco delle loro sofferenze». E lei cosa fa? «Io ascolto e basta, ormai non lo fa più nessuno».
E sorride, sorride sempre quando parla, ascolta, guarda, ma soprattutto quando mostra una busta che le è appena arrivata dalla Città del Vaticano. «Vede? Questo è il certificato di annullamento del mio matrimonio religioso. Adesso potrò liberamente professare i voti quando l’arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi, lo vorrà».
Sì, perché Anna Cuticchio ora è soltanto una “novizia”. Potremmo dire quasi una sorta di suora “in prova”. E di prove nella sua vita Anna ne ha superate già tante.
Aveva appena quindici anni quando venne rapita dall’ex marito. Lui ne aveva soltanto diciannove.
«Tutto è avvenuto una sera, in un paesino della Sicilia, a Terrasini, a pochi chilometri da Palermo, mentre mio padre faceva il teatro. Io ero innamorata di un altro ragazzo, un carabiniere, ma a mio padre non piaceva». La scena sembrerebbe di quelle da film italiano degli anni Sessanta, alla Pietro Germi, per intenderci. Quei film in bianco e nero con Alberto Sordi o Claudia Cardinale, gli uomini con la coppola e lo sguardo duro e le donne col velo nero e gli occhi bassi.
Tutti già sapevano tutto prima che avvenisse, tranne lei. «Durante lo spettacolo – ricorda – la gente mi guardava ed io non riuscivo a capire perché. Poi all’improvviso due uomini mi afferrarono per le braccia e due per le gambe e mi portarono fuori caricandomi su una Fiat 1600. La ricordo ancora».
E com’è finita? «Ci ho fatto due figli: Giacomo, morto a 19 anni in un incidente stradale, e Vanna, che vive con me. Allora la vita funzionava così. I genitori c’insegnavano a sopportare».
Nel 1960 si trasferiscono a Torino, in Piemonte. Lui fa l’operaio in fabbrica, come tanti meridionali a quei tempi, e lei invece la contadina, dalle 5 del mattino alle 17.
«Andavo in bici al lavoro. Cinque chilometri all’andata e cinque al ritorno. Non ero abituata a tutto quel freddo».
Ma in seguito fa anche la cameriera in un albergo, la cuoca, la portiera di un palazzo e per sette anni la commessa in un negozio. Nel frattempo, a trentadue anni, si separa. «Davvero non ne potevo più».
E la “pupara” quando cominciò a farla? «Un giorno venne mio fratello Mimmo per degli spettacoli in Piemonte e mi chiese: “Vuoi fare la pupara?”. Mi convinse a tornare in Sicilia. Era il 1979».
«Sono stata la prima donna “pupara” della storia. Quello delle marionette, infatti, è sempre stato un mestiere da uomini perché richiede molta forza fisica. “I pupi non hanno ossa, ma rompono le ossa” diceva mio padre».
Torna a Palermo, quindi, e lavora per un anno col fratello. Poi decide di mettersi in proprio, di aprire un teatro tutta da sola. «Io ed i miei figli abbiamo tirato su anche materialmente il teatro e lo abbiamo chiamato “Bradamante”, in onore dell’eroina dei Paladini di Francia con la quale in un certo senso mi identificavo».
Nel frattempo, nel 1980, Giacomo muore, come dicevamo, in un incidente stradale.
«Mi sono buttata a capofitto nel progetto del teatro, un progetto che era soprattutto di e per mio figlio. Volevo ammazzarmi di lavoro, suicidarmi in questo modo e ci sono quasi riuscita».
Una vita difficile quella degli artisti in Sicilia. Pochi contributi economici pubblici e tanta indifferenza da parte degli amministratori locali.
«Sono andata avanti per anni facendo molti sacrifici. Ma a un certo punto non ce l’ho più fatta e nel 1995 ho chiuso il teatro. Una sconfitta per me. Mi sono sentita una donna inutile».
E la sua vocazione quando è venuta fuori? «In quel tempo avevo un compagno. È stato lui che mi ha incoraggiato a studiare, per metterla in scena, la vita di una santa della tradizione ortodossa: Santa Marina di Bitinia. Ci ho preso talmente gusto, che ho cominciato a leggere anche la Bibbia e le vite dei santi».
E com’è finita? «Beh, lo vede no? Al mio compagno tutto questo non è piaciuto, come potrà ben immaginare. Mi sono riavvicinata al buon Dio e alla sua Chiesa e adesso aspetto solo che il cardinale mi conceda di prendere i voti».
E nel frattempo? «Nel frattempo studio, mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti, un sogno covato da tempo, e, incoraggiata dall’arcivescovo, insegno ai bambini dei quartieri poveri l’arte dei Pupi, anche per levarli dalla strada e dalle sue tentazioni».
Rimpianti? «Mi pento solo di aver perso così tanto tempo. Ma forse è vero che c’è tempo per ogni cosa». E sorride.