1. "Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana"
(Ed. La Zisa/Koiné)
Storie minime. Storie di uomini giudicati ''minori'' nelle colonne dei giornali, ma che possono rappresentare lo specchio di una comunita'. Fatti che meritano lo spazio di una ''breve'', ma che con Davide Romano diventano materia per il suo ''Nella citta' opulenta. Microstorie di vita quotidiana''. Il volume, con la prefazione di Diego ed edito da La Zisa/Koinè, e già alla terza edizione, racconta gli emarginati di Palermo, con le loro vite sconosciute che possono diventare note quando - per disperazione o per violenza repressa - si macchiano di qualche crimine piu' o meno grave.
Romano ha tratto dalla cronaca degli ultimi cinque anni, pubblicata su varie testate, vicende che fotografano una realta', quella palermitana, nelle sue ombre e nelle sue luci, ''per ricordare ai disattenti che insieme alle vetrine illuminate ci sono anche zone estese di colpevole abbandono morale e materiale'', segmenti di vita vissuta che commuovono e irritano contemporaneamente.
''Sono trascorsi oltre trent' anni da un mio lungo soggiorno in Sicilia, inviato dal mio giornale, l' Unita' - scrive Novelli - dopo la lettura delle pagine di Romano sono rimasto profondamente colpito non solo dalla drammaticita' di queste microstorie di vita quotidiana che lui, con tanta sensibilita', ha raccolto, ma soprattutto dalle analogie con le storie con cui mi ero incontrato trent' anni prima, quasi che il tempo nella realta' siciliana non esista, si sia fermato''.
''Palermo - scrive ancora Novelli - vive le contraddizioni, le mode, i gusti, i drammi che vivono citta' come Roma, Milano, Torino, Parigi, Londra. Il dramma di un disoccupato che vuole buttarsi dal cornicione di un palazzo e' lo stesso in qualsiasi parte del mondo. Diverse ci fa capire l' autore sono le reazioni delle persone. E ce lo fa capire lasciando parlare gli uomini e le donne di questa sua amata e odiata citta', dando voce ai piu' deboli, schierandosi dalla loro parte''.
Diciassette i capitoli del volume scritto dal giornalista freelance poco più che trentenne dedicati a ''I disperati della Noce''; ''Solo per amore''; ''Omosessualita' e fede''; ''Amore al citofono''; ''Cuore di boss''; ''Quando il prete s' innamora''; ''Scuole cattoliche e portatori di handicap''; ''Malacarne''; ''I sogni nel cassonetto''; ''Quel benedetto posto fisso''; ''La scoperta del mercato''; ''La mano dello scultore''; ''Una scuola di vita''; ''L' eremita delle Madonie''; ''Il coraggio di cambiare''; ''La pupara di Dio''; e ''Vita da squatters''. (ANSA).
Nella citta` opulenta. Microstorie di vita quotidiana
Davide Romano
Introduzione
Sono un cronista d’asfalto. Credo infatti che questo lavoro vada svolto consumando le suole delle scarpe. O almeno così mi hanno insegnato coloro che reputo ancora miei maestri in questa professione.
Ed è per questo che mi sono sempre più appassionato alle testimonianze di vita raccolte direttamente da coloro che le hanno vissute in prima persona, piuttosto che ai comunicati ufficiali o alle conferenze stampa con quel poco o tanto di artefatto che di solito fa ad essi da cornice.
Ho cercato di raccontare la vita, quella vera, − che scorre per le vie della mia città, ma non solo − attraverso le "storie" apparentemente minori di gente destinata a non fare Storia. Provando a mettere a frutto la lezione del buon giornalismo, quello che s’indigna davanti alla sopraffazione e all’ingiustizia, che non sta mai alla corte dei potenti e che, se necessario, è disponibile per questo a pagarne pure il prezzo.
Non nascondiamocela questa verità: nelle nostre città opulente lo scandalo rimane ancora oggi quello della povertà e delle condizioni di emarginazione dei troppi che una minoranza di benpensanti vorrebbe nascondere arrivando sino al punto di negare ai derelitti la parola. Perché non c’è oggi scandalo maggiore della sofferenza inflitta con arroganza dal potere, di qualunque tipo, che spesso chiede anche il complice silenzio della vittima, oltre a quello solidale, e per questo ancora più scandaloso, della colpevole indifferenza delle maggioranze silenziose. Un potere che di volta in volta veste i panni anonimi della burocrazia o quelli sacri del pastore di anime o del politicante di turno.
Con i miei articoli e le mie inchieste ho cercato di fare solo questo, secondo le mie possibilità. Ho tentato di descrivere ciò che osservavo: una città dolente, la mia, Palermo. Una città come tante altre del Sud in cui la miseria, caratterizzata sovente dalla mancanza di speranza, ha anche tratti grotteschi. Come nel caso del bambino che fa gesti sconci alle signore che passeggiano ben vestite, o del giovane che riesce a non pagare il pizzo per il "buon cuore" del boss mafioso del quartiere, o del mendicante che chiede soldi cambiando la sua immagine secondo una sua personale visione delle regole del "mercato", o di coloro che investono tempo e capitali nella disperata ricerca di un posto fisso che non arriva, o ancora dei due innamorati che riescono a rimanere tali solo parlandosi al citofono. Sono tutte storie che partono da un fatto, pur se trasfigurato dal racconto.
Mi è capitato, talvolta, di gettare lo sguardo al di fuori della mia città − come nel caso dell’eremita delle Madonie o dello scultore che crea forme splendide con l’unico braccio che gli è rimasto, il sinistro − e di allargarlo alla realtà regionale, come nell’inchiesta sui preti sposati.
I testi raccolti in questo libro sono usciti negli anni scorsi su testate locali, nazionali e uno anche sul mensile tedesco "Adesso". Sono stati deliberatamente lasciati così com’erano, le uniche variazioni riguardano talune ovvie correzioni che vi avrei apportato anche nell’originale, se non fossi stato incalzato dai tempi necessariamente troppo stretti delle redazioni.
Per renderne più godibile la lettura, ho talora accorpato articoli sullo stesso argomento pubblicati anche a distanza di tempo l’uno dall’altro. Ho comunque sempre indicato la data di pubblicazione, onde il lettore possa meglio inquadrarli nel loro contesto.
Devo molto a molti. Ma per questo libro desidero innanzitutto ringraziare l’amico Luigi Gerbino, senza il cui interessamento queste pagine non avrebbero mai visto la luce. E i numerosi colleghi e maestri che in questi anni mi hanno incoraggiato e dai quali ho tanto imparato. Non posso infatti non ricordare Angelo Meli, a cui devo l’aver iniziato e perseverato in questa professione e la cui affettuosa amicizia mi ha sempre accompagnato; Giosuè Calaciura, mio primo e indimenticato caposervizio al quotidiano "il Mediterraneo"; Salvo Palazzolo, straordinario cronista delle vicende della nostra terra; Giustino Fabrizio, capo della redazione siciliana di "la Repubblica", che mi ha pazientemente insegnato molte delle regole di questo mestiere; Diego Novelli, maestro di giornalismo delle passate generazioni e di tante altre a venire; e Mathilde Schwabeneder, inviata della televisione pubblica austriaca, che mi ha fatto intravedere nuovi e stimolanti orizzonti professionali.
E ancora, un grazie di cuore a Beppe Lumia, il quale mi ha fatto comprendere che nella vita vi sono ideali, progetti e battaglie per i quali spendersi pienamente, qualunque sia il prezzo da pagare per essi. E infine, ma non per ultimo, un grazie all’amico Salvo Insenga, mio attento ed inesausto lettore.
1. I disperati della Noce
5 Aprile 2002.
I poveri di Palermo sono tanti. Troppi per una città del mondo cosiddetto evoluto. Troppi per una città che fa bella mostra della sua ostentata opulenza.
C’è chi lo è quasi per "eredità", per condizione genetica, come se la miseria fosse una tara ereditaria che passa da padre in figlio e chi invece vi è arrivato all’improvviso e ancora non se ne fa una ragione.
Poi vi sono i disperati di ogni parte del mondo approdati in Sicilia come su una zattera di salvataggio sognando l’America e finiti a vendere oggetti artigianali sotto i portici del centro o assoldati dalla criminalità organizzata.
Un esercito di sofferenti annidato nel ventre molle della città e dei quali la cronaca non si occupa mai se non per fatti di sangue. I poveri, si sa, non comprano i giornali ma, per la gente che li legge, sono spesso una minaccia o un oggetto di esercitazione retorica.
Secondo alcune stime, elaborate dalle associazioni di volontariato impegnate sul campo, sarebbero nel solo capoluogo siciliano almeno 10 mila le famiglie che vivono in miseria e 5 mila quelle che vanno avanti a furia di stenti, ritenute socialmente irrecuperabili.
Ma al di là delle improbabili statistiche o dell’asettico scorrere delle cifre, la miseria a Palermo ha l’aspetto di gente dalle guance scavate, i vestiti troppo leggeri per i primi rigori invernali, gli occhi bassi e le facce tristi, quasi sempre. Volti che alle volte s’illuminano quando vedono una mano tesa, soprattutto se piena, un orecchio attento e ascoltano una parola rassicurante che li incoraggia ad andare avanti, nonostante tutto.
Ma anche gli angeli dei poveri sono tanti. Spesso, gente comune come fratello Franco, la cui storia – che è anche quella dei suoi poveri – e il cui impegno raccontiamo in queste pagine.
A pochi passi dal centro scintillante di vetrine assediate dai pedoni, alla Noce, un antico e popolare quartiere, una fila di gente attende, sotto una pioggerellina fitta fitta, che un portone si apra. Nelle mani hanno ciotole, tegami, sacchetti di plastica. Dall’altra parte del marciapiede la parrocchia del "Sacro Cuore di Gesù" vomita gli ultimi fedeli della messa prefestiva. È un tardo pomeriggio di un sabato qualunque.
Intorno a loro, nella città più "azzurra" d’Italia, dove il Polo ha stravinto uno dopo l’altra tutte le ultime tornate elettorali, la gente si prepara per il rito collettivo della libera uscita generale. Ma loro rimarranno lì ad aspettare che quella porta si apra, dietro un cartello che recita: "Asfabi, Associazione famiglie bisognose", e subito sotto, "Per la spesa cruda se Dio la manda tutte le mattine, per il pasto caldo la sera alle 21". Mancano ancora tre ore e la fila s’ingrossa lentamente sempre di più, straripa dal marciapiede e invade la strada.
La porta si apre, c’è un momento di concitazione. Qualcuno si spintona, qualche altro comincia a gridare. Poi un uomo si fa avanti e tutti tacciono. Si segna e comincia a pregare. Si chiama Franco Pitari, o solo "fratello Franco" – come lo chiama la gente –, è vestito di nero, gli occhi color nocciola, una croce di legno al collo e una barba lunga e folta da padre cappuccino. Calabrese, ha quarantanove anni e una storia che sembra come riemersa dai secoli passati, quasi manzoniana.
Maresciallo in pensione dell’arma dei carabinieri, a quarantadue anni, mentre osserva il crocifisso dell’altare della cattedrale di Palermo, si sente come squarciare il petto. Esce dalla chiesa e vomita una sostanza gialla: è un infarto. Durante il ricovero gli viene diagnosticato anche un tumore. I medici ritengono ormai inutile anche l’operazione. «Che lo apriamo a fare, combinato così fra non molto se ne va. Non si salva», ricorda di aver sentito dire da un medico. «Ma non potevo morire – racconta – la mia famiglia aveva bisogno di me. Mia moglie è invalida dal 1978. Non ci vede da un occhio e l’altro le dà parecchi problemi. Come potevo lasciarla sola con due ragazzi?».
Disperando degli uomini ormai, si rivolge a Dio. Ricorda che un frate gli aveva regalato una immaginetta di Padre Pio. Lo prega di fargli il miracolo. «Durante la degenza, un giorno è successa una cosa che mi fa venire ancora i brividi quando ci penso. Ho sognato di essere in un posto bellissimo. Ero sotto un cielo con delle stelle di una luminosità mai vista. Davanti a me c’era una donna. Io non sapevo chi era perché il suo volto era talmente splendente che non riuscivo a fissarlo. Ricordo solo che mi ha detto una cosa che non ho compreso e ha allungato la sua mano verso di me. In quel momento mi sono svegliato». I medici lo informano che ha appena subito un arresto cardiaco, ma che il suo tumore è improvvisamente scomparso. Potenza della fede, direbbe qualcuno. Misteri della natura, gli risponderebbe qualcun altro.
Nel 1995 viene messo in pensione dall’Arma. «Ho capito che Dio mi aveva ridato la vita e che io dovevo donarla per gli altri». I poveri li aveva già scoperti qualche tempo prima, adesso decide di dedicarsi esclusivamente a loro. Affitta un piccolo magazzino in via Noce 141 e fonda l’Asfabi per assistere gli indigenti. «Non abbiamo mai ricevuto contributi da nessuno – spiega amaro –, la Curia ci ha sbattuto più volte la porta in faccia, l’arcivescovo di Palermo il cardinale Salvatore De Giorgi, che organizza ogni anno a Natale un grande pranzo per i poveri della città, non mi ha mai voluto nemmeno ricevere. I miei poveri, si vede, non gli interessano. Le spese le paghiamo io e mia moglie con la pensione e fabbricando di notte crocifissi di legno che poi vendiamo. Come facciamo? Con la provvidenza e con quello che ci passa il Banco alimentare. Ma non basta».
Non solo. Franco Pitari, infatti, ogni mattina comincia alle 7 e 30 il suo giro per caserme, carceri, bar e ospedali e raccoglie tutto il cibo avanzato. Ma sottobanco perché la legge non consentirebbe passaggi ufficiali di questo tipo. «Una legge assurda e inumana – commenta – che consente di buttare il mangiare mentre la gente muore di fame. L’ho visto io stesso che molte persone cercano nei cassonetti qualcosa per riempirsi lo stomaco, che ci sono mamme che allungano il latte per i propri bambini e tutto questo in una città opulenta che organizza anche convegni sui poveri». Rientrando, aiutato da una trentina di volontari che si alternano, riempie i sacchetti con la spesa da distribuire alle famiglie e comincia la preparazione del pasto della sera. «Assistiamo più di ottocento nuclei familiari», continua. E la pena diventa rabbia: «Ho bussato a tutte le porte degli enti locali, ma nessuno mi ha mai aperto. I miserabili non sono un partito e una lobby. Per questo tutti li usano e se ne fregano. I politici poi vengono solo in periodo elettorale, comprano voti con i pacchi di pasta, si servono dei poveri e poi spariscono. Si vergognino!».
Mentre parla il viso gli si accende di rosso e gli occhi diventano di fuoco. Stringe i pugni e inizia ad essere scosso da fremiti. Ma nella stanza dove parliamo entra una ragazza dagli occhi color smeraldo, ha vent’anni o poco più. Barbara Prestigiacomo è una volontaria che divide il suo tempo fra lo studio e il servizio nell’associazione. Il suo sorriso mite ha il potere di distrarci. «Ci sono delle persone fuori che ti vogliono parlare», dice rivolta a "fratello Franco". Lui si dirige verso alcuni visi emaciati di giovani donne. Io seguo la ragazza che torna alla distribuzione del pasto caldo della sera. Davanti a noi sfilano tutte le contraddizioni di una società sazia e indifferente.
Pietro Costadura ha sessant’anni ed è una vecchia conoscenza dei volontari dell’Asfabi. Lava le scale dei palazzi signorili ed ha tre figli disoccupati «con tanto di diplomi appesi al muro. Concorsi ne hanno fatti tanti, ma… A casa ho anche mia figlia – racconta – che ha avuto un bambino e dopo si è separata. Ho un’ernia al disco e per lavorare la mattina prendo due bustine di Mesulid per non sentire il dolore. Se no non riesco nemmeno ad alzarmi. Speranze? Per me non ne ho, ormai sono vecchio. Penso ai giovani. Mia moglie è malata di diabete cronico. Al mese spendo più di 400 mila lire di medicinali perché la Asl non li passa. Franco è un santo. Quando non ha roba da dare, mette i soldi di tasca propria».
Dietro di lui qualcuno borbotta. Nella fila si sono inseriti pure un paio di africani. «Perché non se ne stanno a casa propria?», si sente dire. «Anche loro hanno diritto, hanno fame come noi». A parlare è Paolo Gugliuzza. L’aspetto distinto, curato. Mentre racconta la sua storia abbassa lo sguardo. Si vergogna. La voce gli trema. Ha trentasei anni e due figli. Viene dall’altro capo della città. Anche lui lava le scale per tirare avanti. Ha due figli e una moglie. Quando ne parla, due gocce gli scendono sul viso: «È una donna meravigliosa, bellissima. Che vita le sto facendo fare…». E si gira dall’altra parte, la mano sugli occhi. Cerca di trattenere i singhiozzi e si allontana dalla fila. Un uomo dal volto saraceno lo segue, gli mette una mano sulla spalla, gli sussurra all’orecchio alcune parole. Si chiama Gaetano Campanella ed è un volontario. Un "compagno" che vota Ds. Crede in Dio e nell’uomo, sussurrano alcuni. «Sono in pensione da poco tempo – dice –, un giorno ho visto la gente in fila e mi sono fermato per curiosità. Da allora cerco di dare una mano anch’io. Non si può essere felici da soli».
Il suo posto alla distribuzione della minestra calda lo prende un altro volontario. È Franco Orlando, il viso scurito dal sole e la barba di alcuni giorni. Ha tre figli, fa il posteggiatore abusivo e si arrangia con alcuni lavoretti "onesti", ci tiene a precisare. «Ringrazio il Signore che mi dà le forze. Essere poveri è una umiliazione continua. Io cerco di aiutare la gente come me. Qui ogni tanto c’è chi perde la testa e fa qualche "minchiata". Ma bisogna capire tutti: la fame fa perdere la ragione a volte. Io lo so».
La gente sfila silenziosa. Un sorriso imbarazzato, un "grazie" quasi sussurrato e via. È un’interminabile corte dei miracoli. Ognuno con la sua storia di quotidiana miseria, ognuno con la sua sofferenza.
Rosalia Brugnano è una pensionata di sessantasette anni dall’aspetto dimesso e gentile. Prende 350 mila al mese e abita in una casa popolare con il figlio di trentaquattro anni malato di mente e violento. Quando torna in casa, lascia il cibo sul tavolo della cucina per farlo mangiare e poi si chiude in camera. La sua paura è che un giorno suo figlio, in un raptus, la possa uccidere.
Santa D’Aleo, invece, aveva un panificio. «Il locale l’avevamo in affitto, quando è morto mio marito mi sono trovata in mezzo a una strada. Ora prendo 700 mila di pensione al mese. Vivo con mia madre di novant’anni che prende la minima e così riusciamo a pagare almeno l’affitto e la luce. E basta», sorride. Dell’antica prosperità le è rimasta una certa contagiosa allegria e un distacco dalle sue vicende che racconta così come fra amiche si parlerebbe di frivolezze. «A domani», saluta.
Dietro di lei un’altra storia. Giovanni Lauria è affetto da distrofia muscolare, ha trent’anni e un bambino. La pensione non gliel’hanno ancora data. «Sto facendo le carte, ma mi hanno detto che ci vuole tempo». Da quando lo stadio della malattia è avanzato, fino a rendergli difficili anche i movimenti più elementari, non riesce più a lavorare. Il corpo deformato come un ulivo centenario, vive in un piccolissimo appartamento senza luce. La moglie lo accompagna e sembra quasi lo sorregga. Ha una gonna a fiori estiva, alla quale è attaccato un bambino che la guarda estasiato.
Grazia, invece, ha la mano destra offesa. Prende una pensione di 400 mila lire al mese. Il marito lavorava. Poi la fabbrica ha chiuso e tutti a casa. Abita in una casa popolare con una figlia che ha una bambina di quattro anni che non ha mai camminato. «L’assistente sociale ci ha detto che è normale e che era meglio che non parlavamo sennò ce la toglievano pure».
C’è anche chi proprio non ce la fa ad andare a mendicare il cibo per sé e per la propria famiglia. Nessuno sa come si chiami quel ragazzino che ogni sera si presenta con le ciotole in mano e chiede "qualcosina" per quattro persone. Si sa solamente che fa tre chilometri a piedi per venire e che suo padre è uno dei nuovi disoccupati, di quei signori di mezza età espulsi all’improvviso dal mondo del lavoro senza la speranza di potervi più rientrare. Il ragazzo è ben vestito, mette tutto in un sacchetto, a mezza bocca dice qualcosa che nessuno comprende e si allontana rapido.
Altro volto altra storia. Girolama Cusimano è una ragazza madre di trentacinque anni. I figli glieli hanno levati tutti. Non sa a chi li abbiano dati, ma scoppia in lacrime quando dice che vorrebbe vedere la sua bambina che ormai ha vent’anni. Vive, e non per amore, con un invalido anziano fuori di testa che le passa qualche lira. «Vengo qui, oltre che per il cibo, anche perché sono le uniche persone che non mi guardano da buttana e non si vive di solo pane», dice.
«Se non ci fosse Franco, come piangeremmo!», le fa eco una donna dal volto smagrito, le ossa del corpo in evidenza sotto i vestiti troppo grandi. Si chiama Anna Beone, suo marito è in carcere per piccoli reati. Una ladro di galline, in fondo. Vive con tre bambine di undici, nove e quattro anni, dagli occhi di cobalto, in una casa pericolante alla Vucciria, un quartiere molto popolare abitato ormai soprattutto da extracomunitari. Ogni tanto la polizia le intima di sfollare. Lei allora si allontana per alcuni giorni. Occupa abusivamente un altro appartamento e poi ritorna. «Come siete belle», le dice allungandogli delle caramelle Franco che ci ha raggiunti. Sorridono mostrandoci le prime finestrelle fra i dentini. «Quando è venuta qui – mi confida – piangeva. Mi diceva che voleva farla finita. Solo si preoccupava per le bambine». «Non sapevo dove andare – racconta la donna – due parrocchie mi avevano sbattuto la porta in faccia. Padre Franco (così lo chiama) mi ha dato il coraggio di andare avanti».
Sono le undici, la fila è ancora lunga. La pioggia è divenuta più insistente. Sulla strada le auto sfrecciano assordanti. La gente si spintona per ripararsi. Prima di andarmene, ho solo il tempo di registrare sul mio taccuino un’altra storia.
Marilena Aliotta, ventisette anni, è una splendida ragazza dai capelli mossi color del grano maturo e due occhi acquosi. Vive coi genitori pensionati col minimo e ha un bambino di pochi mesi. Il padre non si è assunto le sue responsabilità, mi dicono. «Non riesco a trovare lavoro e mi servono latte, pannolini e vestiti per mio figlio. I miei fratelli lavorano saltuariamente ma non basta». Un volontario mi racconta che fratello Franco ha tirato fuori i soldi di tasca propria per comprare il latte pediatrico perché lui su queste cose la notte non ci dorme.
Esco, ha smesso di piovere. La giornata di fratello Franco e dei suoi volontari non è ancora terminata. «Siamo sempre aperti – mi spiega –, estate e inverno, Natale e ferragosto. Se noi chiudiamo loro non mangiano».
La temperatura fuori si è abbassata notevolmente. Osservo l’insegna luminosa del centro. C’è un disegno che raffigura una mano che passa un pane ad un’altra mano e ricordo quello che un giorno ha detto Gandhi: «Per il povero Dio è un pezzo di pane».
Mi volto e guardo la porta della chiesa di fronte chiusa, sprangata. Mi chiedo dove sia Dio stasera.