12. La mano dello scultore

8 Aprile 2001.

Massimo Saputo, ventiquattro anni, siciliano, nato a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, una località nota per avere dato i natali al boss mafioso Giovanni Brusca, scolpisce e modella, ma con una mano sola. La sinistra. L’altra l’ha persa a nove anni nella macelleria del padre.

«Giocavo – racconta – con quel mostro di metallo che emetteva un rumore che mi stregava. Mi sembrava un’astronave. Ero incantato dai riflessi argentei che mi abbagliavano. Ero solo nel negozio di mio padre. È bastato poco per trovarmi in un lago di sangue, tramortito da un dolore mai provato prima».

È ancora un bambino. Per lui, dicono i medici, non c’è più alcuna speranza. Deve rassegnarsi a vivere con una mano sola. Impara una parola nuova che sente ripetere ai suoi vicini, ai parenti, ai maestri, ai suoi compagni di gioco. Una parola che in casa nessuno userà mai: handicap.

Per molti, infatti, Massimo è un handicappato. Un’espressione che marchia, isola, suscita sguardi di pietà. Che fa sorridere i suoi docenti delle medie quando lui comunica che “da grande” vuole fare il pittore. Poverino, avranno pensato, ancora non ha capito di non essere “normale”. Ma lui continua a disegnare, a dipingere.

«La mia prima sfida l’ho vinta alle medie – ricorda – quando sono diventato il più bravo nel disegno tecnico. Una follia maneggiare le squadrette e la riga con una sola mano. Loro però non sapevano che mia madre mi aveva insegnato che, se volevo, nulla per me era impossibile».

Carattere inquieto, sensibilissimo, dopo la scuola dell’obbligo s’iscrive ad un corso professionale d’informatica. Un’altra sfida ingaggiata e vinta: battere sui tasti più veloce dei suoi compagni.

«Non volevo lavorare coi computers – spiega –, mi bastava solo conseguire un altro obiettivo: far capire ancora una volta agli altri che ero normale. Che potevo meglio anche degli altri fare le cose che facevano tutti».

Raggiunto il suo scopo, abbandona la scuola e va a lavorare come segretario di un imprenditore edile. È lì che comincia a studiare i materiali da costruzione. Che impara a conoscerne consistenza, resistenza, durezza.

«Nei momenti liberi, ho iniziato a dedicarmi al restauro di vecchi mobili che trovavo abbandonati nelle case di campagna. Il legno è molto morbido, ma ho scoperto che lo erano anche il tufo e che l’argilla era piacevole da modellare. Insomma, di giorno scorrevo fatture e rispondevo alle telefonate e di notte imparavo a scolpire con strumenti forse inadeguati: un coltello, una lima, della carta vetrata».

Per Massimo è un’altra sfida. In casa lo comprendono. Lo incoraggiano. Un suo fratello poliziotto, Alessio, scolpisce nei momenti liberi già da tempo. Un’altra sua sorella, Aurora, la più piccola, è iscritta all’Accademia di belle arti. E in famiglia ci sono anche altre vocazioni artistiche. Salvatore, il primogenito, ad esempio, fa l’attore di teatro. Prima insieme a pochi amici quasi per gioco, adesso per professione.

«All’inizio mi vergognavo delle mie cose. Volevo mostrare ai miei dei lavori perfetti. Non solo delle prove di buona volontà. Sperimentavo tecniche, materiali. A poco a poco, ho scoperto che la mia vera vocazione era la lavorazione dell’argilla e mi sono dedicato solo a quella. Ho imparato a fare a meno degli strumenti. Ho inventato una tecnica che mi ha permesso di lavorare con una mano sola».

Ma non c’è solo la passione per l’arte nella vita di Massimo. Ci sono anche i numerosi amici. Perché lui non è uno che si piange addosso. Gli piace far ridere la gente, organizzare.

«Problemi con le ragazze non ne ho mai avuti. Innamorarsi e fare innamorare è una questione di anima, non di mani», taglia corto.

«Naturalmente non pensavo di fare l’artista per mestiere. Il mio era un amore-odio privato con la materia». Dopo qualche anno, cambia occupazione. Le sue conoscenze informatiche gli si rivelano utili per entrare in una grande azienda telefonica.

Ma nei fine settimana continua a rifugiarsi nel suo piccolo laboratorio e a creare, sperimentare.

«Ogni nuovo lavoro, ogni nuova tecnica per me era ed è una sfida da vincere, un ostacolo-handicap da superare». Nonostante i risultati, sempre più apprezzati dalla cerchia dei conoscenti e dei familiari, però, Massimo soffre dell’isolamento tipico di chi vive in provincia. Non ha nessuno con cui confrontarsi, nessuno del mondo artistico a cui mostrare le sue opere. Il suo è un percorso solitario.

Due anni fa arriva la grande occasione. Viene assunto come assistente da un grosso centro regionale di riabilitazione per disabili. Il suo compito è quello di realizzare progetti di inserimento nella vita sociale per tanta gente “diversamente abile”, gli spiegano, che altrimenti ne rimarrebbe esclusa. Presso il centro conosce anche una ragazza, Lucia, di origine italiana, ma laureata a Strasburgo, che è lì con una borsa di studio. Compagna nel lavoro, lo è diventata in seguito anche nella vita.

«Girando, vengo quasi assalito, catturato da nuovi stimoli artistici. Vengo colpito in particolare dalla tristezza degli abitanti del vecchio continente. Ricchi, ma morti dentro. Per me diventa un’immagine ossessiva che non riesco a non trasformare in qualcosa di concreto: quadri, sculture… Oggetti che creo ancora per me e adesso anche per Lucia».

Ed è proprio quest’ultima che lo introduce – durante uno dei loro sempre più frequenti spostamenti – a Siviglia, in Spagna, nel mondo artistico progressista e antifranchista.

«Ho conosciuto gente straordinaria con la quale finalmente confrontarmi. Gente che mi ha incoraggiato a dedicarmi esclusivamente all’arte senza più perdere tempo con altre cose».

Nella penisola iberica, Massimo rimane per un’intera estate e, aiutato dai suoi nuovi amici, lavora ad una personale di sculture che hanno a tema la “rivoluzione sociale” della Spagna dopo Franco. Il lusinghiero successo dell’impresa lo spinge a dare una svolta alla sua vita. Da qualche mese, infatti, vive con Lucia a Lussemburgo e lavora a pochi chilometri di distanza, a Gent, in Belgio, in un atelier di artisti provenienti da tutta Europa, ma in prevalenza dall’Italia.

«Adesso mi dedico soprattutto alla manipolazione dell’argilla. Mi sono un po’ specializzato».

«La pittura? L’ho abbandonata ormai, diciamo che ci ho perso la mano», dice sorridendo.