3. Omosessualità e fede
Marzo 2003.
Contrariamente a quanto generalmente si crede, la Chiesa cattolica non condanna le persone omosessuali in quanto tali ma parla piuttosto di «relazioni omosessuali» come «gravi depravazioni». Questa posizione, espressa chiaramente a più riprese e in diversi documenti ufficiali nel tempo, è stata infine cristallizzata nel compendio della dottrina della Chiesa, il Catechismo promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992.
Pur ammettendo che «la genesi psichica di tale fenomeno rimane in gran parte inspiegabile», la Chiesa ribadisce che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati» in quanto «sono contrari alla legge di natura precludendo all’atto sessuale il dono della vita». E, quindi, «in nessun caso devono essere approvati». Più avanti, poi, il Catechismo specifica: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova».
Una prova, naturalmente, per impadronirsi del cielo perché «le persone omosessuali sono chiamate alla castità». Tutto chiaro allora? Dal punto di vista dottrinale certamente sì. Ma la vita, anche quella di Santa Romana Chiesa, non sempre riesce ad adattarsi alla dottrina, seppur chiaramente espressa o vecchia di secoli. Basterebbe, ad esempio, ricordare che ai monaci che nel IV secolo si ritiravano in romitaggio nelle desolate terre del Nord Africa, e non solo, era fatto assoluto divieto di far pernottare i loro confratelli, specie se più giovani, nelle loro capanne. Il motivo è fin troppo facile da immaginare.
Gli esempi potrebbero continuare fino a rendersi conto che nella Chiesa cattolica l’omosessualità ha le proporzioni di un fenomeno di massa. Recentemente, le alte sfere della gerarchia hanno redatto un durissimo documento nel quale, fra le altre cose, si chiede ai vescovi di interdire i seminari e le case religiose ai candidati con chiare tendenze omosessuali.
Un rimedio drastico che però non elimina il problema. Perché dietro le chiare prese di posizione e le dissertazioni dotte ci sono spesso storie di nascondimento, di ipocrisia e di dolore. Come quelle di don Luigi o di Tiziana che qui di seguito raccontiamo.
Requiem per un prete omosessuale.
Di don Luigi Stella nessuno parla più ormai e pochi hanno avuto il coraggio di farlo mentre ancora era in vita. Eppure è morto da poco più di cinque anni e i suoi funerali sono stati celebrati in una parrocchia della città da un altissimo prelato. Ma il tutto è avvenuto con il massimo della riservatezza.
Anche un quotidiano locale, spesso così sensibile e bene informato di ogni sospiro del Sacro Palazzo, si è limitato a riservare all’avvenimento solo poche righe. Una “breve” affogata fra le altre. Una notizia senza importanza come tante altre.
Ma di don Luigi non bisognava parlare. Di questo prete geniale e creativo che aveva scoperto progressivamente la propria omosessualità, di questo prete che aveva cominciato a dubitare della Chiesa e delle sue secolari certezze, bisognava assolutamente tacere.
«L’allievo più intelligente che io abbia mai avuto», dice di lui uno dei suoi docenti della Facoltà teologica di Palermo. «Una persona sensibilissima, un vero artista», ricorda un suo ex-compagno di seminario che è adesso a capo di una grossa parrocchia del centro. Sì, perché don Luigi, oltre all’indiscusso talento per lo studio teologico e a una curiosità vorace che lo faceva interessare di tutto con passione, dipingeva e anche bene.
Talmente bene che, dopo aver abbandonato il ministero – in seguito ad una profonda crisi di fede e a un rapporto molto conflittuale con la gerarchia ecclesiastica –, in quella Parigi dove, come un giovane bohémien, era fuggito, aveva aperto una galleria d’arte dove vendeva i suoi quadri. Qualcuno dice che lì avesse trovato anche l’amore.
«Da allora in poi – racconta il suo ex-compagno – è iniziata l’opera di rimozione nei suoi confronti. È iniziata la congiura del silenzio come in genere accade nel nostro ambiente. Nessuno doveva più parlare di quel chierico del quale neppure uno era stato in grado di fugare i dubbi teologici e che, prima di andarsene, come mi ha raccontato un curiale presente alla scena, si era presentato al suo arcivescovo al quale, strappandosi il clergyman, aveva gridato in faccia: “Lei mi ha fatto perdere la fede”».
Ma a togliere dall’imbarazzo superiori e confratelli ci ha pensato, a Parigi, un rapinatore entrato nella sua galleria d’arte. Gli è partito un colpo dalla pistola e l’ha ucciso. Per errore, dicono.
Storia di Tiziana
8 Luglio 2000. «È come se mi avessero amputato una parte del corpo, come se mi avessero separata da me stessa». Ha gli occhi arrossati, Tiziana, ma ha voglia di raccontarsi, di ricordare, andare alla ricerca, con la memoria, di quella se stessa che una morale ipocrita e bigotta, sostiene lei, le ha impedito di essere e di amare.
Tiziana è una ragazza mora, senza dubbio bella, dai capelli ricci e gli occhi di un verde assai intenso che si avvia a varcare la soglia dei trent’anni. Oggi ha un marito, una bambina, una casa soleggiata e un lavoro che la gratifica. Una cosa sola chiede: che la sua storia venga riportata in modo tale che nessuno la possa riconoscere. Ma la vicenda è vera, forse anche troppo comune, così come il suo dolore.
«Quando andavo al liceo frequentavo un gruppo giovanile parrocchiale. Come succede normalmente quando ragazzi e ragazze stanno insieme, fu in quel contesto che ebbi le prime storie, le prime esperienze. Tanti sentimenti e troppa curiosità. In fondo, mi sentivo una persona graziata perché mia madre si era separata da poco e nella Chiesa i figli dei divorziati vengono guardati con sospetto, quasi fossero segnati da una colpa originaria. Da loro ci si aspetta di tutto. Economicamente non me la passavo neanche tanto bene. Mio padre, infatti, non ci dava una lira, ma c’era sempre qualcuno dei ragazzi disposto a pagare per me, con discrezione».
Un giorno, però, nel gruppo entra una ragazza, Monia, più piccola di lei di qualche anno. Monia viene dalla buona borghesia della città, quella incolta e affarista che si è arricchita col sacco edilizio ma che ha mandato poi i figli a studiare in scuole di prestigio. Lei frequenta un istituto privato, la mamma si spende in iniziative caritative e il padre è un libero professionista dal volto sempre abbronzato.
Monia e Tiziana diventano presto amiche, quasi inseparabili. Ormai passano insieme buona parte della giornata. La sera si intrattengono in lunghe telefonate per dirsi e raccontarsi tutto quello che, durante le ore spese insieme, non hanno saputo o voluto dirsi. Poi, un giorno la scoperta.
«Ero a casa sua per aiutarla a fare i compiti – racconta Tiziana –, Monia non è mai stata molto studiosa. Era pomeriggio e sua madre non c’era. Mi ricordo ancora la scena: lei leggeva ed io la guardavo, non riuscivo più nemmeno ad ascoltarla. Sentivo dentro di me come pulsare qualcosa, sempre più intensamente, una specie di enorme brivido. Ad un certo punto, lei si è accorta che la osservavo. Ha alzato la testa dal libro, mi ha guardata e ci siamo baciate per tutto il pomeriggio, quasi senza fermarci. Io le dicevo che l’amavo e lei piangeva dalla gioia».
Quella sera, ricorda, se ne andò a casa col cuore che le esultava ma anche con un’enorme confusione in testa. Le telefonò, parlarono a lungo, ossessionate entrambe dalla paura che ciò che avevano fatto fosse “peccato”. Monia disse che avrebbe chiesto consiglio ai preti della sua scuola, Tiziana al parroco. Ma l’unica risposta che ricevettero fu il comando si separarsi perché i loro «rapporti» erano «contro natura». Decisero allora di continuare ad amarsi, ma di nascosto.
«All’inizio, nel gruppo nessuno sembrò accorgersi di nulla. Magari ogni tanto qualcuno ci prendeva in giro perché eravamo sempre insieme, ma nulla di più. Noi, però, ci amavamo sempre di più. Spesso Monia veniva a dormire da me perché mia madre per arrotondare faceva la baby-sitter e a casa la sera non c’era quasi mai. Eravamo talmente “cotte” che talvolta ci baciavamo anche in chiesa. Non davanti a tutti, s’intende, ma in qualche stanza nella quale andavamo con una scusa qualunque. “Lo sai che siamo lesbiche?”, le dicevo. Lei rideva e mi abbracciava».
Un giorno, però, una ragazza, proprio in chiesa, le scopre. La pregano di non dir niente a nessuno, lei promette. Ma, dopo qualche tempo, si accorgono che i frequentatori della parrocchia, quando passano mano nella mano, sorridono, e qualcuno le indica da lontano. Il parroco, quando le incontra, quasi scherzando le separa e chiede loro se hanno un ragazzo. Cominciano a girare le battute, le barzellette sul loro conto. Qualcuno le guarda e scoppia a ridere. La loro confusione aumenta. Si stringono ancora di più l’una all’altra. Non frequentano più il gruppo giovanile, anche perché non arrivano più inviti per uscire. Monia comincia a dimagrire vistosamente, Tiziana diventa irritabile. Un bravo ragazzo della parrocchia tenta pure di “sbloccare” la più carina della coppia, Tiziana, mettendole le mani addosso. Il loro profitto scolastico scende sensibilmente. La madre di Monia si preoccupa e ne parla con le amiche, qualcuna, forse, le racconta tutto.
«Una sera mi arrivò una telefonata, era sua mamma, mi intimava di non vedere più sua figlia. Sapeva tutto. Da allora non l’ho più quasi rivista. Ho saputo solo che era in cura da uno psicologo che la imbottiva di ansiolitici per “guarirla”. Io ho passato dei momenti terribili. Disgustata da tutta quella ipocrisia, non ho più messo piede in chiesa se non per sposarmi. Poi ho incontrato mio marito che di tutta questa storia non ne sa nulla. Siamo stati fidanzati per qualche anno e ci siamo sposati. L’orgasmo lo so fingere bene, poverino. Spero solo che, quando mia figlia sarà più grande, possa amare chi vuole».
Pensi ancora a Monia ogni tanto? «Sempre, soprattutto quando faccio l’amore con mio marito».