15. Il coraggio di cambiare

Ottobre 2001.

Ogni sera fra Tommaso prima di coricarsi allarga le braccia e in un sospiro recita le parole del Cristo sulla croce: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito». Ma ogni mattina, da qualche anno, prima di iniziare la preghiera apre il breviario e, su un foglietto ripiegato all’interno, traccia a penna una piccola croce: è un giorno in più per servire Dio.

Fra Tommaso Maria di Gesù – al secolo Pasquale Calvanese – nasce, ottavo di quattordici figli, a San Gennariello, frazione di Pollena Trocchia, in provincia di Napoli, il 13 luglio del 1908.

«Non eravamo una famiglia benestante – racconta – ma in paese ci chiamavano lo stesso “i signori” perché mio padre era un impiegato del Comune». Un’infanzia in ogni caso contadina passata, sotto il torrido sole meridionale, ad inseguire rane lungo i fossi e mangiare fichi abbarbicati agli alberi. Di quell’età fra Tommaso conserva ancora il sorriso pronto dei bambini e uno sguardo vivace, a tratti quasi sognante.

A diciott’anni entra nei Carabinieri a cavallo «per una ragazza che mi piaceva e che stava a Roma dove c’era la caserma», spiega. Fa velocemente carriera e, col grado di capitano, viene mandato nel Corno d’Africa «perché la Patria avesse anch’essa “un posto al sole”». Combatte, soffre caldo, fame e sete e uccide, anche. «Mussolini, che ha fatto in Africa e nel nostro Paese tante cose buone, regalava all’Italia l’Impero e il Papa, sorridente, benediceva i valorosi conquistatori del suolo africano», commenta con un filo d’ironia.

Infagottato nel suo saio di sacco, incede adesso lentamente a causa dei troppi anni che gli curvano le spalle e nulla, in quel corpo appesantito, farebbe indovinare il passato da brillante ufficiale «sprezzante del pericolo», come era scritto nelle sue note personali, valoroso in guerra e amante delle belle donne dalla pelle color dell’ebano.

«In quel periodo mi “distrassi” un po’. In patria avevo lasciato una fidanzata che avrei dovuto sposare al mio ritorno». Scoppiato il secondo conflitto mondiale, viene fatto prigioniero dagli inglesi in Somalia. Passa cinque anni (dal 1941 al 1946) recluso in un campo ufficiali a Londiani, in Kenya. «Allora – ricorda – mi dichiaravo “ateo praticante” e le mie letture si riducevano a qualche romanzetto sconcio. Ma nel campo non c’era affatto quel tipo di libri e così, un giorno, l’unica cosa che riuscii a rimediare fu una specie di biografia di Padre Pio da Pietralcina. Quella lettura mi cambiò l’esistenza e divenni cristiano. E se a metà della vita un uomo si pente, ritorna bambino».

Tornato in Italia, nell’ottobre del 1946 si reca a San Giovanni Rotondo. «Ero curioso – dice – di vedere quel cappuccino di cui tutto il mondo parlava. Non credevo veramente alla sua santità e non avevo nessuna intenzione di farmi frate». La prima volta che s’inginocchia, per la confessione, davanti al beato di Pietralcina, padre Pio lo caccia.

«Me ne volevo andare – continua – ma un amico mi convinse a riprovarci il giorno dopo». Così la mattina seguente si rimette in fila con tutti gli altri penitenti. Quando viene il suo turno, il padre lo guarda e lo gela con una domanda: «Ma pecché nun te fai frate?». «Che potevo fare?», quasi si scusa. «Divenni frate e cappuccino per giunta. A quei tempi i francescani cappuccini erano l’Ordine più povero e severo della Chiesa».

Entra in noviziato e a quarant’anni si rimette a studiare. «È stata dura, la teologia non mi entrava proprio in testa, ma cosa non si fa per amore…». Dopo di allora rivede il santo cappuccino diverse volte e passa molto tempo accanto a lui. «Eravamo diventati amici e, poi, eravamo quasi compaesani, parlavamo sempre in dialetto». Sono gli anni Sessanta, arriva il Concilio Vaticano II e la Chiesa viene scossa fin dalle fondamenta nelle sue secolari certezze. Fra Tommaso, che ormai nell’Ordine è uno che conta, è amareggiato. «Ognuno ormai faceva quel che gli pareva. Con la scusa dell’aggiornamento e del rinnovamento era scomparsa la povertà e si erano determinate delle situazioni di fatto scandalose». Il religioso entra in una crisi profonda. Vorrebbe continuare a vivere la propria fedeltà alla Regola del Poverello d’Assisi, ma si rende conto che fra i cappuccini non è più possibile.

Nel 1967 va da Padre Pio per chiedergli consiglio su una sua idea di fondare un ramo riformato della famiglia francescana. «Il beato – narra – mi accoglie e, senza farmi neanche parlare, mi dice: “Fai bene ad andartene, se non fossi troppo vecchio me n’andrei pure io”. Dopo abbiamo parlato a lungo del mio progetto ed è venuto fuori che il padre era stanco dei frati che gli intrallazzavano intorno e che si arricchivano alle sue spalle. Tutto questo lo faceva soffrire molto».

Poco tempo dopo ottiene da papa Paolo VI l’autorizzazione per la fondazione di un nuovo Ordine. A Baida, vicino Palermo, in un conventino di vagoni ferroviari con accanto una chiesa di cemento e lamiera, dà vita ai “Frati minori rinnovati”. È il natale del 1972. Adesso i frati “poveri” – la loro Regola gli impedisce di accettare denaro – sono più di cento e predicano il vangelo degli ultimi sparsi fra Africa, America del Sud ed Europa.

Ma, nonostante l’aspetto dimesso, fra Tommaso a suo modo conserva ancora il piglio del combattente.

Atei, massoni, comunisti, protestanti, anticlericali e “laicisti” sono i nemici di una battaglia in difesa della Chiesa che lo porta, nonostante gli anni, a percorrere in lungo e in largo il Paese per tenere conferenze e partecipare a dibattiti televisivi. Dove non può arrivare personalmente, supplisce coi suoi libri d’apologetica (disciplina ecclesiastica che mira a difendere la Chiesa, la sua storia e la sua dottrina). L’ultima sua fatica è un corposo volume di settecento pagine che ha appena pubblicato, “Bibbia e cristiani a confronto” (Ed. Herbita).

Il primo, Chi ha ragione?, lo ha scritto più di vent’anni fa ed è stato, per il suo genere, un discreto successo editoriale: più di diecimila copie vendute. E se qualcuno gli fa notare che i mea culpa del Papa sui crimini dei cattolici si susseguono ormai ad un ritmo sempre più incalzante, fra Tommaso risponde che lui è il Santo Padre e fa quello che vuole, ma che la Chiesa non ha mai peccato e mai avrebbe potuto farlo perché è santa e immacolata. Inquisizione, crociate, roghi, cacce alle streghe e tutte le altre leggende nere non sono altro che menzogne inventate dai soliti nemici di Cristo. E sembra, nella sua buonafede, uno di quei soldati che difende una trincea dimenticata in una guerra che nessuno vuole più combattere.

È un uomo fuori dal mondo, questo frate dai modi gentili, che nulla sa di politica e di ciò che accade fuori, nella città degli uomini. Che, anche quando viaggia o cammina per strada, sgrana in continuazione il suo rosario d’ossi d’olivo e non guarda mai nessuno in faccia.

Ma è stanco fra Tommaso, i novantré anni, seppur portati splendidamente, pesano e oggi anche parlare, raccontare e ricordare è per lui faticoso. Ha bisogno continuamente di riposare, di sedersi per riprendere fiato. Dietro il suo conventino di vagoni il sole s’inabissa lentamente in un cielo in fiamme. È l’ora del tramonto. La campana della piccola chiesa suona per chiamare i religiosi alla preghiera.

Il frate si avvia lentamente. Poi, ad un tratto, si gira verso di me e mi sussurra, quasi fosse una confidenza: «È bello ‘sto mondo, è davvero bello. Peccato che lo si debba lasciare quando si è appena imparato ad amarlo».