BIOGRAFIA

I PONTI
SENTIERI, VOLTI, PAESAGGI
IL PONTE SULLA DRINA
IL CORTILE MALEDETTO

BIOGRAFIA:

IVO ANDRIC nacque a Dolac (Travnik) nel 1892 (morto a Belgrado nel 1975).

Croato di nascita, patriota bosniaco, scrittore serbo-croato, diplomatico e uomo politico al servizio della Iugoslavia (fu a Roma Bucarest Madrid Ginevra Berlin) fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, Ivo Andric (1892-1975), parallelamente alle sue attivitа di uomo di stato, ha prodotto un'immensa opera letteraria. In essa, si esprime, amplificata e approfondita, la sua accanita volontа di impedire alle barriere nazionali, ideologiche o di qualsiasi altro genere, di confondergli la vista. Il premio Nobel corona questo percorso nel 1961.

Tra le sue opere sono tre volumi di Racconti (1924, 1931, 1936), Nuovi racconti (1948), Volti (1960), e tre romanzi pubblicati tutti nel 1945: La signorina , La cronaca di Travnik , Il ponte sulla Drina.

Quest'ultimo, il più noto, rievoca la storia svoltasi nei secoli attorno al ponte di Visegrad (Bosnia), costruito alla fine del cinquecento e distrutto nel corso della prima guerra mondiale. Il racconto parte dal 1516, anno in cui un ragazzino del villaggio di Sokolovici venne deportato dai turchi che allora dominavano la regione, in una delle abituali retate. Cresciuto tra i turchi con il nome di Mehmed Ali, diventerà gran visir e farà costruire il ponte facilitando le comunicazioni tra Bosnia e Turchia. Poi sono i principali avvenimenti seguiti alla costruzione, alluvioni, rivolte, pestilenze, invasioni. Su quel ponte che è luogo d'incontro della popolazione della città, passano generazioni intere, fino alla prima guerra mondiale quando una parte del ponte viene fatta saltare. Attraverso le vicende degli abitanti si vede il dominio turco farsi meno oppressivo, pur lasciando la sua impronta sugli usi della città, fino a quando la Bosnia passa sotto l'Austria.

Il romanzo è esemplare di tutta la narrativa di Andric, dedicata alla vita e alla storia della sua regione natale, la Bosnia, che l'autore analizza come un microcosmo della vicenda umana. Scritti in una prosa lenta ma vigorosa i suoi romanzi, e anche le sue raccolte di novelle (Sulle rocce a Pocitelj, 1975; Casa solitaria, 1976; Storia e leggenda, 1977; L'artista e la sua opera , 1977) rappresentano il culmine della tradizione realistica nell'ambito della narrativa serba.

I PONTI

Di tutto cio` che l'uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi.

Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.

I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l'erba sottile e gli uccelli fanno il nido.

I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all'altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti.

I ponti di legno all'entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come le lamine di uno xilofono. E infine, quei minuscoli ponti sulle montagne, spesso solo un unico grande tronco ovale, massimo due, inchiodati uno accanto all'altro, gettati sopra qualche ruscello montano che senza di loro sarebbe invalicabile.

Due volte all'anno il torrente impetuoso ingrossandosi li trascina via e i contadini, con l'ostinazione cieca delle formiche, tagliano e segano e ne rimettono nuovi. Per questo, vicino ai ruscelli di montagna, nelle anse fra le pietre dilavate, spesso si vedono questi "ponti" precedenti: stanno lì abbandonati a marcire insieme all'altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi di alberi lavorati, condannati a bruciare o a marcire, si differenziano comunque dal resto e ricordano sempre l'obiettivo per il quale sono serviti.

Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l'uomo ha incontrato l'ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo` le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti.

Quando penso ai ponti, mi vengono in mente non quelli che ho traversato più spesso, ma quelli su cui mi sono soffermato più a lungo, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.

I ponti di Sarajevo, prima di tutto. Sul fiume Miljacka, il cui letto è una sorta di sua spina dorsale, rappresentano vertebre di pietra. Li vedo e li posso contare uno a uno. Conosco le loro arcate, ricordo i loro parapetti. Fra di loro ce n'è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno che sembra ritiratosi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.

Poi i ponti visti nei viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti dall'edera e come impensieriti della propria immagine riflessa nell'acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, ricoperti da un tetto che li difende dalle abbondanti nevicate, assomigliano a lunghi silos e sono ornati all'interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, poggiati lì per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma, dell'Italia meridionale, fatti di pietra candida, da cui il tempo ha preso tutto quello che ha potuto e accanto ai quali da cent'anni ne vengono costruiti di nuovi, ma che restano come sentinelle ossificate.

Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto, il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi... Così anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e più amara che abbia mai sentito, mi appare all'improvviso davanti il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate dell'arco interrotto dolorosamente si protendono l'una verso l'altra e con un ultimo sforzo fanno vedere l'unica linea possibile dell'arcata scomparsa. E la fedeltà e l'estrema ostinazione della bellezza, che permette accanto a sé un'unica possibilità: la non esistenza.

E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l'altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso.

Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l'assurdo. Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell'infinito e al cui confronto tutti i ponti dì questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell'altra sponda.

SENTIERI, VOLTI, PAESAGGI

 All’inizio di tutti i sentieri e di tutti i percorsi, all’origine del pensiero stesso su di loro sta, forte e indelebilmente inciso, il sentiero lungo il quale per la prima volta ho cominciato liberamente a camminare.

Questo accadeva a Višegrad, su quei viottoli duri, irregolari come fossero rosicchiati, dove tutto è arido e desolato, senza bellezza, senza gioia, senza speranza di gioia, senza nessun diritto alla speranza, dove un boccone amaro, che l’uomo non ha inghiottito del tutto, sobbalza in gola ad ogni passo, dove l’arsura e il vento e la neve e la pioggia divorano la terra e il seme nella terra, e dove tutto ciò che riesce ugualmente a germogliare e a nascere viene talmente segnato e piegato e ritorto che se ne potrebbe in qualche modo ripiantarne la cima nel suolo per restituirlo allo stato amorfo e all’oscurità da cui era spuntato.

Sono infiniti i sentieri che come fili e cordoni arabescano le montagne e i declivi intorno alla città, confluiscono nella strada bianca oppure svaniscono vicino all’acqua e nei verdi saliceti. L’istinto degli uomini e degli animali ha tracciato quei sentieri e il bisogno li ha consolidati. Qui è difficile sia partire che andarsene e tornare.

Qui ci si siede su una pietra e ci si ripara sotto un albero, su un sito spoglio o in un’ombra incerta, per un po’ di riposo, per pregare o per i conti di quel che si è guadagnato. Su questi sentieri che il vento spazza e la pioggia lava e il sole infetta e disinfetta, sui quali si incontrano solo bestie sofferenti e uomini taciturni dai volti duri, ho fondato il mio pensiero sulla ricchezza e la bellezza dell’universo. È lì che inesperto, debole e a mani vuote sono stato felice di una felicità inebriante fino allo svenimento, felice per tutto quello che lì non c’era, non può esserci e non ci sarà mai.

E su tutti i sentieri e le strade che poi nella vita ho attraversato, ho vissuto solo di quella semplice felicità, del mio pensiero visegradese sulla ricchezza e la bellezza del creato. Poiché sotto tutti i sentieri della terra scorreva sempre, dal giorno che l’ho abbandonato fino a oggi, visibile e palpabile solo per me, l’aspro sentiero di Visegrad. In realtà è su quel sentiero che ho misurato il mio passo e adattato il mio cammino. Per tutta la vita non mi ha mai abbandonato.

Nei momenti in cui il mondo, dove per un caso fortuito ho vissuto e per miracolo mi sono mantenuto in vita, mi stancava e mi avvelenava, quando l’orizzonte si oscurava e l’obiettivo diventava incerto, stendevo religiosamente davanti a me, come il fedele il tappeto per la preghiera, l’impervio, umile, sublime sentiero di Visegrad che lenisce ogni dolore e cura tutti i mali. perché tutti li contiene e tutti li sovrasta.

Così, varie volte al giorno, sfruttando ogni momento di calma nella vita intorno a me, ogni intervallo della conversazione, io ho attraversato una parte di quel sentiero dal quale mai mi sarei dovuto allontanare.

E così fino alla fine della vita, in segreto e senza essere visto, potrò attraversare il lungo percorso predestinatomi del sentiero di Visegrad. Ed è allora che, alla fine della vita, si spezzerà anche lui. E si perderà laddove finiscono tutti i sentieri, le strade e tutti i luoghi impervi, dove non ci sono più né cammino né fatica, laddove tutte le strade della terra si intrecciano in una matassa ingarbugliata e si consumano nel fuoco, come in una scintilla di salvezza nei nostri occhi, che si spengono anche loro dopo averci condotto alla meta e alla verità. 

(Ivo Andric, Sentieri, 1940)

IL PONTE SULLA DRINA

«Nel pilastro centrale del ponte, sotto "la porta", si trova un'apertura più grande, uno stretto e lungo uscio privo di battenti, simile a una gigantesca feritoia. Nel pilastro, si racconta, c'è una grande stanza, un'oscura sala in cui vive Arpin il Moro. Lo sanno tutti i bambini, nei cui sogni e nelle cui fantasie il misterioso personaggio svolge una parte importante. Si crede che colui al quale egli appare debba morire. [...] Spesso i ragazzi, dalla riva, osservano quell'apertura buia come un abisso che atterrisce eppure attrae. [...]

Sul ponte e vicino al ponte sbocciano gli amori, avvengono i primi incontri, si svolgono i primi lavori e gli affari, i litigi e gli accordi, gli appuntamenti e le attese. Qui, lungo il parapetto di pietra, vengono messi in vendita le prime ciliege e i meloni, i salep del mattino e il pane caldo. Ma qui si raccolgono pure i mendicanti gli storpi e i tignosi [...] vengono esposti appelli e proclami, venivano, fino al 1878, impiccate o impalate le teste [...] dei giustiziati [...ma] non possono attraversare il ponte né cortei nuziali né funerali senza che prima ci si fermi alla "porta".»

«Non lontano da quella baracca comunale, quel mattino i soldati stranieri erano distesi per terra. Indossavano uniformi bianche e caschi coloniali. Erano truppe tedesche che venivano chiamate il distaccamento di Scutari. Prima della guerra, quei soldati erano stati mandati a Scutari, dove, in quanto forza internazionale, e insieme ai distaccamenti di altri paesi, avevano la missione di mantenere l'ordine e la pace. Allo scoppio della guerra, avevano ricevuto l'ordine di abbandonare Scutari e di mettersi a disposizione del piщ vicino stato maggiore austriaco, sulla frontiera serba.»

(Il ponte sulla Drina, 1945.)

IL CORTILE MALEDETTO

«Fin dai tempi piu` lontani, in questo mondo esistono, di continuo rinascono e si rinnovano, due fratelli rivali. Uno e` piu` anziano, piu` saggio, piu` forte, piu` vicino al mondo, alla vita reale e a tutto cio` che unisce la maggior parte degli uomini tra loro e li spinge ad agire, e` un uomo che riesce sempre, che sa ad ogni istante cio` che si deve o non si deve fare, cio` che si puo` o non si puo` esigere dagli altri, come da se stesso. L'altro e` esattamente il contrario. La sua vita e` corta, la sorte e` contro di lui, il suo primo passo e` giа un errore, e` un uomo le cui aspirazioni sono sempre sfasate rispetto a cio` che si deve e a cio` che si puo`. Nel conflitto che l'oppone al fratello maggiore, e tale conflitto e` inevitabile, egli e` perdente in partenza.»

(Il cortile maledetto, 1928-1954.)

«A Sarajevo, chi soffra d'insonnia può sentire strani suoni nella notte cittadina.

Pesantemente e con sicurezza batte l'ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte.

Passa piú di un minuto (esattamente settantacinque secondi, li ho contati) ed ecco che si fa vivo, con suono piú flebile, ma piú penetrante, l'orologio della Chiesa ortodossa, e anch'esso batte le due.

Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo.

Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batta le ore, e solo Dio sa qual è in questo momento la loro ora, secondo calcoli sefarditi o ashkenaziti.

Cosí, anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte d'un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse.

E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all'odio, spesso del tutto identica ad esso»

(Ivo Andric, tratto da «Lettera del 1920".)

«Ogni uomo ha la propria terra dove sostiene l’esame della propria vita. Se uno scrittore trova nella sua regione un significato più largo, vuol dire che è riuscito nella sua arte. In caso contrario resta uno scrittore locale».

(Ivo Andric nel «Il Sud letterario»)

«Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare fra l’uno e l’altro per tutta la vita, avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa dovunque e rimanere estraneo a tutti, in una parola, vivere crocefisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo.»

(Ivo Andric)